L’archivio nel monastero

IT
A pochi chilometri da Parma, lungo una strada che già in epoca romana collegava la città al Po, sorge l’Abbazia di Valserena. Il complesso cistercense, la cui fondazione fu autorizzata da papa Bonifacio VIII nel 1298 su iniziativa di monaci provenienti dall’Abbazia di Chiaravalle della Colomba, conobbe nei secoli una crescita straordinaria: ampliato nel XVII e XVIII secolo, all’epoca della soppressione napoleonica ospitava fino a cinquecento monaci. Da quel momento attraversò destini molto diversi — sede militare, conservificio, ricovero agricolo — prima che un restauro avviato negli anni Ottanta restituisse all’intero complesso la sua integrità.
La chiesa, con la sua pianta a croce latina, le tre navate terminate in abside quadrata e il tiburio ottagonale sul presbiterio — tipico della tradizione romanico-borgognona — conserva buona parte della decorazione cinquecentesca attribuita a Cesare Baglione, pittore cremonese attivo alla corte dei Farnese, e ad Aurelio Gatti. Una stratificazione di secoli che oggi costituisce il fondale fisico e simbolico di una delle istituzioni culturali più singolari d’Italia.
Dal 2007 l’abbazia è sede del Centro Studi e Archivio della Comunicazione — CSAC — struttura di ricerca dell’Università di Parma fondata nel 1968 dal professor Arturo Carlo Quintavalle. L’idea originaria era raccogliere opere e documenti originali della comunicazione visiva del Novecento, affidati dagli autori all’Università sul modello delle grandi collezioni universitarie statunitensi. Oggi lo CSAC conserva circa dodici milioni di pezzi distribuiti in cinque sezioni — Arte, Fotografia, Media, Progetto, Spettacolo — che ne fanno uno degli archivi della comunicazione visiva più grandi d’Europa.
Ma lo CSAC non è soltanto un archivio. È insieme museo e centro di ricerca e didattica: tre funzioni che convivono negli spazi dell’abbazia in una formula rara. L’archivio — la più vasta raccolta di materiali originali della cultura visiva e progettuale in Italia — è strutturato come sistema organico, in cui opere e documenti di natura diversa sono posti in relazione per consentire ricerche trasversali e indagini complesse. Il museo propone percorsi espositivi che rendono accessibile al pubblico questo patrimonio, con una vocazione esplicita: non semplice meta di visita, ma luogo di riflessione e elaborazione culturale. Il centro di ricerca elabora progetti nazionali e internazionali, sostiene la formazione universitaria e l’alta formazione, organizza laboratori specialistici sulla conservazione del patrimonio.
La consultazione dei fondi è aperta a studiosi, ricercatori, laureandi e dottorandi, su appuntamento e previa domanda scritta. Un catalogo digitale consente di orientarsi nella collezione prima dell’accesso fisico ai materiali. Alle scuole del territorio è dedicato il programma Archivio da svelare: percorsi che partono dalla visita al museo, proseguono con la consultazione diretta di materiali originali e si concludono con attività laboratoriali, mostrando come la sensibilità di artisti e progettisti abbia spesso anticipato di decenni l’opinione pubblica.
L’idea che ha dato origine allo CSAC è quella di Arturo Carlo Quintavalle, storico dell’arte e professore dell’Università di Parma, che nel 1968 immaginò qualcosa di allora inedito in Italia: una raccolta sistematica di materiali originali della comunicazione visiva del Novecento, costruita sul modello delle grandi collezioni universitarie statunitensi. Non acquisti sul mercato, ma donazioni dirette degli autori — interi archivi di lavoro, non opere singole. Una scelta che ha determinato la natura stessa della collezione: fondi coerenti, stratificati, consultabili nella loro interezza.
Il risultato, dopo oltre cinquant’anni di acquisizioni, è un patrimonio di straordinaria ampiezza e varietà. La sezione Fotografia conta più di nove milioni di immagini, dal 1840 a oggi, organizzate in oltre trecento fondi. La sezione Arte conserva più di millesettecento dipinti, trecento sculture e diciassettemila disegni di oltre cento artisti. La sezione Progetto raccoglie archivi di architettura e design — tra gli altri, quelli di Giò Ponti, Pier Luigi Nervi, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Nizzoli e Bellini per Olivetti. La sezione Moda documenta il lavoro di Giorgio Armani e Gianfranco Ferré. La sezione Media conserva bozzetti di manifesti cinematografici, archivi di satira e illustrazione — Tullio Pericoli, il gruppo de Il Male — e fondi grafici di Erberto Carboni, Armando Testa, Pino Tovaglia. Nella sezione Fotografia figurano, tra gli altri, Luigi Ghirri, Man Ray, Dorothea Lange.
Nel monastero dove per settecento anni si è sedimentata la vita religiosa, si conserva ora la memoria creativa dell’Italia del Novecento. Ancora viva, ancora accessibile.
EN
The Archive in the Monastery
The Abbey of Valserena stands a few kilometres outside Parma, on a road that has connected the city to the Po since Roman times. Founded in 1298 by Cistercian monks from Chiaravalle della Colomba, with authorisation from Pope Boniface VIII, the complex expanded steadily over the following centuries. By the time Napoleon dissolved the monasteries, it was home to five hundred monks. Then came a long interlude of other uses — military barracks, canning factory, farm storage — until a restoration project in the 1980s returned the buildings to their original state.
The church is large and austere. A Latin cross in plan, with three aisles, compound piers, ribbed vaulting and a square apse at each end, it is topped by an octagonal lantern above the crossing — a characteristic form in the Burgundian Romanesque tradition. Much of the sixteenth-century fresco decoration survives, the work of Cesare Baglione, a Cremonese painter at the Farnese court, and Aurelio Gatti. That layered past now forms the setting for one of the most unusual cultural institutions in the country.
The CSAC — Centro Studi e Archivio della Comunicazione — has occupied the abbey since 2007. It was founded in 1968 by Arturo Carlo Quintavalle, an art historian at the University of Parma, on a premise that was genuinely novel in Italy at the time. Rather than buying works, Quintavalle asked artists, designers and photographers to donate their archives directly to the university — not individual pieces, but entire bodies of work, modelled on the great university collections in the United States. That decision determined the character of everything that followed. The CSAC holds coherent, consultable archives, not assembled selections.
More than fifty years of acquisitions later, the collection runs to around twelve million items across five sections. Photography accounts for over nine million images, from 1840 to the present, in more than three hundred separate archives — Luigi Ghirri, Man Ray and Dorothea Lange among them. Art holds over seventeen hundred paintings, three hundred sculptures and seventeen thousand drawings. Design and Architecture brings together the archives of Giò Ponti, Pier Luigi Nervi, Achille and Pier Giacomo Castiglioni, and the Olivetti designers Nizzoli and Bellini. Fashion covers Giorgio Armani and Gianfranco Ferré. Media spans film poster art, satirical illustration — Tullio Pericoli, the collective behind Il Male — and the graphic design archives of Erberto Carboni, Armando Testa and Pino Tovaglia.
The institution runs on three tracks at once: archive, museum and research centre. The archive is the largest collection of original visual and design material in Italy, organised so that different kinds of work — drawings, photographs, objects, documents — can be searched across categories. The museum draws on those holdings to build exhibitions aimed at a general public, with the explicit ambition of being something more than a visitor attraction. The research centre runs national and international projects, supports university and postgraduate programmes, and holds specialist workshops on conservation.
Researchers and students can access the archive by appointment. A digital catalogue is available online. For local schools, the CSAC runs Archivio da svelare — Archive Unveiled — a structured programme that takes students from a guided visit into direct contact with original materials, and then into practical workshops. The underlying argument is a simple one: artists and designers saw things coming long before the rest of us did.
Seven centuries of monastic life left their mark on these buildings. The creative memory of twentieth-century Italy is now kept here too. Still open, still in use.